La cosa che più mi sorprende e che nessuno la veda come una gigantesca anomalia. Al punto che quando lo affermo nei convegni o nelle discussioni con gli amici scorgo nelle persone lo stesso mio sguardo vitreo di quando non afferro del tutto un concetto.
Eppure è semplice, quasi lapalissiano.
Ma arriviamoci per gradi.

Ti faresti operare da una persona che ha solo la terza media, ma che per passione ha iniziato a svolgere la professione di chirurgo?
Affideresti la costruzione di un pontead un diplomato all’alberghiera che partendo dalle costruzioni con i lego si è via via improvvisato ingegnere?
Ti faresti seguire fiscalmente da una persona laureata in lettere, ma che che ha ereditato lo studio da commercialista dai genitori, e lo porta avanti solo per necessità?

La risposta mi pare sin troppo scontata.

Nessuna persona dotata di buon senso si cimenterebbe in lavori così complessi e specialistici senza prima aver ricevuto un’adeguata formazione e senza che nessuno abbia verificato tale preparazione. Ciò avviene per evitare che ci siano in giro improvvisati che causerebbero inevitabilmente danni agli altri, oltre che fallimenti e frustrazioni a se stessi.

Ebbenequesto vale per tutte le professioni tranne una, che incidentalmente è anche la più complessa e delicata: quella dell’imprenditore.

Qui tutti si possono improvvisare senza che nessuno abbia qualcosa da contestare, affidando in questo modo a persone spesso totalmente impreparate il destino di tutti coloro che gravitano attorno alla loro avventura: dipendenti, clienti, fornitori. Senza contare l’impatto sull’economia locale e nazionale. 
Se poi aggiungiamo che fare impresa qui in Italia e diventato più complesso che in qualunque altro Stato nel mondo, capite bene che inventarsi “imprenditori” senza avere mai ricevuto una preparazione di base sarebbe come affidare un bisturi ad una sarta per effettuare un’operazione a cuore aperto. Tanto “più o meno sa tagliare anche lei…”.

Capisco che ciascuno ha il diritto di volerci provare, e che questa attitudine al rischio  ha fatto la fortuna del nostro Paese negli anni d’oro. Ma oggi questo non rappresenta più un normale rischio bensì la certezza del fallimento, come testimoniano i dati sul numero di start up che chiudono nei primi due anni: oltre l’80%.
Non per colpa della crisi, ma perché ci si improvvisa a fare qualcosa pensando che bastino le competenze tecniche in un settore per mettere in piedi e gestire un’azienda. O perché, piuttosto che disoccupati, meglio fare gli imprenditori. O, follia nella follia, perché si riceve un finanziamento di qualche tipo (da un fondo o dalla propria famiglia) e ci si butta sperando che vada bene.

Possibile che nessun politico illuminato si sia reso conto che 
non si può affidare il futuro di una nazione a persone senza cultura imprenditoriale, che dovranno competere con multinazionali fin troppo esperte in gestione aziendale?

Cosa potremmo diventare nei prossimi 5 anni se, a fianco della nota creatività e passione (talenti rari e preziosi) abbinassimo anche una preparazione di base, obbligatoria, della durata di una decina di giorni (assolutamente sufficienti) affidata a formatori veramente competenti, anche loro selezionati con criteri meritocratici?

Ho “regalato” un progetto di questo tipo a chi avrebbe potuto realizzarlo in 6 mesi, con un costo inferiore al milione di euro, che prevedeva anche una trasmissione televisiva per accelerare questo processo formativo a costo zero per nuovi e vecchi imprenditori, ma anche per dirigenti aziendali e dipendenti desiderosi di crescere professionalmente. Ovviamente non si sono mai degnati neanche di una risposta.
Troppo semplice, troppo economico.

E poi “figurati se” basterebbe questo per migliorare la nostra economia a pezzi.
Figurati se” la causa dei fallimenti dipende soprattutto dal fatto che i piccoli e medi imprenditori non sanno organizzare le proprie aziende, coinvolgere i dipendenti, fare una strategia marketing o gestire bene gli acquisti.
Ma “figurati se” una sana cultura imprenditoriale darebbe più garanzie alle banche per tornare ad aprire i rubinetti o agli investitori stranieri per tornare a credere nelle nostre aziende.
E, soprattutto, “figurati se” in 10 giorni si potrebbe davvero insegnare ad una persona a gestire bene la propria impresa.

Meglio non fare nulla.

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